Pubblicato da: fidae | 1 giugno 2011

Alle sorgenti delle grandi aspirazioni umane

In ogni epoca, anche ai nostri giorni, numerosi giovani sentono il profondo desiderio che le relazioni tra le persone siano vissute nella verità e nella solidarietà. Molti manifestano l’aspirazione a costruire rapporti autentici di amicizia, a conoscere il vero amore, a fondare una famiglia unita, a raggiungere una stabilità personale e una reale sicurezza, che possano garantire un futuro sereno e felice. Certamente, ricordando la mia giovinezza, so che stabilità e sicurezza non sono le questioni che occupano di più la mente dei giovani. Sì, la domanda del posto di lavoro e con ciò quella di avere un terreno sicuro sotto i piedi è un problema grande e pressante, ma allo stesso tempo la gioventù rimane comunque l’età in cui si è alla ricerca della vita più grande. Se penso ai miei anni di allora: semplicemente non volevamo perderci nella normalità della vita borghese. Volevamo ciò che è grande, nuovo. Volevamo trovare la vita stessa nella sua vastità e bellezza. Certamente, ciò dipendeva anche dalla nostra situazione. Durante la dittatura nazionalsocialista e nella guerra noi siamo stati, per così dire, “rinchiusi” dal potere dominante. Quindi, volevamo uscire all’aperto per entrare nell’ampiezza delle possibilità dell’essere uomo. Ma credo che, in un certo senso, questo impulso di andare oltre all’abituale ci sia in ogni generazione. È parte dell’essere giovane desiderare qualcosa di più della quotidianità regolare di un impiego sicuro e sentire l’anelito per ciò che è realmente grande. Si tratta solo di un sogno vuoto che svanisce quando si diventa adulti? No, l’uomo è veramente creato per ciò che è grande, per l’infinito. Qualsiasi altra cosa è insufficiente. Sant’Agostino aveva ragione: il nostro cuore è inquieto sino a quando non riposa in Te. Il desiderio della vita più grande è un segno del fatto che ci ha creati Lui, che portiamo la sua “impronta”. Dio è vita, e per questo ogni creatura tende alla vita; in modo unico e speciale la persona umana, fatta ad immagine di Dio, aspira all’amore, alla gioia e alla pace. Allora comprendiamo che è un controsenso pretendere di eliminare Dio per far vivere l’uomo! Dio è la sorgente della vita; eliminarlo equivale a separarsi da questa fonte e, inevitabilmente, privarsi della pienezza e della gioia: “la creatura, infatti, senza il Creatore svanisce” (Con. Ecum. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, 36). La cultura attuale, in alcune aree del mondo, soprattutto in Occidente, tende ad escludere Dio, o a considerare la fede come un fatto privato, senza alcuna rilevanza nella vita sociale. Mentre l’insieme dei valori che sono alla base della società proviene dal Vangelo – come il senso della dignità della persona, della solidarietà, del lavoro e della famiglia –, si constata una sorta di “eclissi di Dio”, una certa amnesia, se non un vero rifiuto del Cristianesimo e una negazione del tesoro della fede ricevuta, col rischio di perdere la propria identità profonda.
Per questo motivo, cari amici, vi invito a intensificare il vostro cammino di fede in Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Voi siete il futuro della società e della Chiesa! Come scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani della città di Colossi, è vitale avere delle radici, delle basi solide! E questo è particolarmente vero oggi, quando molti non hanno punti di riferimento stabili per costruire la loro vita, diventando così profondamente insicuri. Il relativismo diffuso, secondo il quale tutto si equivale e non esiste alcuna verità, né alcun punto di riferimento assoluto, non genera la vera libertà, ma instabilità, smarrimento, conformismo alle mode del momento. Voi giovani avete il diritto di ricevere dalle generazioni che vi precedono punti fermi per fare le vostre scelte e costruire la vostra vita, come una giovane pianta ha bisogno di un solido sostegno finché crescono le radici, per diventare, poi, un albero robusto, capace di portare frutto.

Benedetto XVI, Messaggio per la giornata mondiale della gioventù, 2011

Pubblicato da: fidae | 1 giugno 2011

La famiglia, scuola di libertà e di pace

Se la libertà religiosa è via per la pace, l’educazione religiosa è strada privilegiata per abilitare le nuove generazioni a riconoscere nell’altro il proprio fratello e la propria sorella, con i quali camminare insieme e collaborare perché tutti si sentano membra vive di una stessa famiglia umana, dalla quale nessuno deve essere escluso.
La famiglia fondata sul matrimonio, espressione di unione intima e di complementarietà tra un uomo e una donna, si inserisce in questo contesto come la prima scuola di formazione e di crescita sociale, culturale, morale e spirituale dei figli, che dovrebbero sempre trovare nel padre e nella madre i primi testimoni di una vita orientata alla ricerca della verità e all’amore di Dio. Gli stessi genitori dovrebbero essere sempre liberi di trasmettere senza costrizioni e con responsabilità il proprio patrimonio di fede, di valori e di cultura ai figli. La famiglia, prima cellula della società umana, rimane l’ambito primario di formazione per relazioni armoniose a tutti i livelli di convivenza umana, nazionale e internazionale. Questa è la strada da percorrere sapientemente per la costruzione di un tessuto sociale solido e solidale, per preparare i giovani ad assumere le proprie responsabilità nella vita, in una società libera, in uno spirito di comprensione e di pace.

Benedetto XVI, Giornata mondiale per la pace, 2011

Pubblicato da: fidae | 1 giugno 2011

Internet. Opportunità e rischi

(…) Un fenomeno caratteristico del nostro tempo è il diffondersi della comunicazione attraverso la rete internet. È sempre più comune la convinzione che, come la rivoluzione industriale produsse un profondo cambiamento nella società attraverso le novità introdotte nel ciclo produttivo e nella vita dei lavoratori, così oggi la profonda trasformazione in atto nel campo delle comunicazioni guida il flusso di grandi mutamenti culturali e sociali. Le nuove tecnologie non stanno cambiando solo il modo di comunicare, ma la comunicazione in se stessa, per cui si può affermare che si è di fronte ad una vasta trasformazione culturale. Con tale modo di diffondere informazioni e conoscenze, sta nascendo un nuovo modo di apprendere e di pensare, con inedite opportunità di stabilire relazioni e di costruire comunione.
Si prospettano traguardi fino a qualche tempo fa impensabili, che suscitano stupore per le possibilità offerte dai nuovi mezzi e, al tempo stesso, impongono in modo sempre più pressante una seria riflessione sul senso della comunicazione nell’era digitale. Ciò è particolarmente evidente quando ci si confronta con le straordinarie potenzialità della rete internet e con la complessità delle sue applicazioni. Come ogni altro frutto dell’ingegno umano, le nuove tecnologie della comunicazione chiedono di essere poste al servizio del bene integrale della persona e dell’umanità intera. Se usate saggiamente, esse possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso, di verità e di unità che rimane l’aspirazione più profonda dell’essere umano.
Nel mondo digitale, trasmettere informazioni significa sempre più spesso immetterle in una rete sociale, dove la conoscenza viene condivisa nell’ambito di scambi personali. La chiara distinzione tra il produttore e il consumatore dell’informazione viene relativizzata e la comunicazione vorrebbe essere non solo uno scambio di dati, ma sempre più anche condivisione. Questa dinamica ha contribuito ad una rinnovata valutazione del comunicare, considerato anzitutto come dialogo, scambio, solidarietà e creazione di relazioni positive. D’altro canto, ciò si scontra con alcuni limiti tipici della comunicazione digitale: la parzialità dell’interazione, la tendenza a comunicare solo alcune parti del proprio mondo interiore, il rischio di cadere in una sorta di costruzione dell’immagine di sé, che può indulgere all’autocompiacimento.
Soprattutto i giovani stanno vivendo questo cambiamento della comunicazione, con tutte le ansie, le contraddizioni e la creatività proprie di coloro che si aprono con entusiasmo e curiosità alle nuove esperienze della vita. Il coinvolgimento sempre maggiore nella pubblica arena digitale, quella creata dai cosiddetti social network, conduce a stabilire nuove forme di relazione interpersonale, influisce sulla percezione di sé e pone quindi, inevitabilmente, la questione non solo della correttezza del proprio agire, ma anche dell’autenticità del proprio essere. La presenza in questi spazi virtuali può essere il segno di una ricerca autentica di incontro personale con l’altro se si fa attenzione ad evitarne i pericoli, quali il rifugiarsi in una sorta di mondo parallelo, o l’eccessiva esposizione al mondo virtuale. Nella ricerca di condivisione, di “amicizie”, ci si trova di fronte alla sfida dell’essere autentici, fedeli a se stessi, senza cedere all’illusione di costruire artificialmente il proprio “profilo” pubblico.
Le nuove tecnologie permettono alle persone di incontrarsi oltre i confini dello spazio e delle stesse culture, inaugurando così un intero nuovo mondo di potenziali amicizie. Questa è una grande opportunità, ma comporta anche una maggiore attenzione e una presa di coscienza rispetto ai possibili rischi (…).

Benedetto XVI, Messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni, 2011

Pubblicato da: fidae | 11 aprile 2011

Ma il cosmo ha una legge superiore?

Ricostruire la storia dell’universo e della vita sulla terra rappresenta una delle più affascinanti imprese per la mente dell’uomo. Non è solo per appagare la curiosità di sapere, ma per gli interrogativi che sorgono sul senso della esistenza. Si è cercato di farlo fin dall’antichità con i racconti di carattere mitologico. Oggi la scienza può dire qualcosa in base allo studio della natura. Si parla di evoluzione dell’universo a partire da inizi molto semplici, il Big Bang, 13,7 miliardi di anni fa,; di evoluzione della vita sulla terra a partire da circa 3,5 miliardi di anni fa con i batteri. C’è stata una complessificazione della materia dapprima a livello fisico e chimico poi a livello di viventi.È un modo di vedere che trova appoggio in tante osservazioni (dallo studio delle aggregazioni atomiche e molecolari, alla documentazione fossile, alle somiglianze morfologiche e biomolecolari fra le varie specie viventi). Charles Darwin ha spiegato l’evoluzione della vita con la selezione naturale operante sulle variazioni spontanee delle specie. Il processo evolutivo si presenta complesso e articolato. La storia della vita non è lineare. La sua rappresentazione mediante un albero con varie ramificazioni sembra non corrispondere a quanto è avvenuto. L’immagine del corallo (per la quale Darwin manifestava interesse) potrebbe essere più fedele.
Si individuano delle direzioni di sviluppo, alcune delle quali si sono arrestate e si sono estinte; altre sono ferme a molti milioni di anni fa e si ritrovano anche oggi; altre hanno portato attraverso varie tappe ai viventi che oggi conosciamo. Fra di esse si riconosce la direzione evolutiva dell’uomo che si individua nel ceppo dei Primati 6-7 milioni di anni fa e culmina nel genere Homo intorno a 2-2,5 milioni di anni fa. Nella crescita della complessità è fuori discussione che vi siano delle direzioni. Ma per quali cause? Possono assumere qualche significato? Si tratta di processi che si sviluppano all’insegna della pura casualità, per cui è la selezione naturale, che, come un grande demiurgo, realizza la diversità dei viventi utilizzando il materiale che via via poteva presentarsi? Alcuni parlano di autoorganizzazione della materia e della sostanza vivente in forza di relazioni intercorrenti fra molecole, macromolecole e cellule. Ma per quali proprietà o meccanismi? La pura casualità degli eventi non può spiegare la crescita della complessità. Vi sono leggi della fisica e della chimica che regolano le relazioni fra i corpi. Esse possono favorire nuove strutture o fortunate combinazioni capaci di replicarsi. Leggi e regole d’ordine debbono essere alla base dei processi evolutivi. È quello che viene sempre più messo in evidenza dagli studi della biologia dello sviluppo. In passato si parlava di ortogenesi, nel senso di processi evolutivi orientati. Monod parla di ortoselezione per evitare l’impressione di una direzionalità voluta dall’esterno: tutto è realizzato dalla selezione naturale. Teilhard de Chardin, Bergson e altri ammettono una forza che muove verso le novità del processo evolutivo.
Il problema è complesso e dovrebbero evitarsi certe semplificazioni in cui cadono molti darwinisti riferendo tutta l’evoluzione a un modello evolutivo che ben si adatta alla genetica di popolazioni (microevoluzione). Purtroppo non siamo ancora in grado di spiegare in modo soddisfacente perché alcuni geni regolatori di analoghe funzioni e parti (come quelli responsabili dello sviluppo segmentale del corpo) si ritrovino negli Artropodi e nei Vertebrati, sviluppatisi a distanza di tempo oppure perché si osservino fenomeni di convergenza in serie fileticamente e geograficamente lontane. Nello stesso tempo è certamente da ammettersi la casualità nella storia della vita. Vi sono eventi di tipo deterministico, anche se non prevedibili, legati a fattori della natura, come quelli climatici e geologici. Vi sono eventi che consideriamo casuali perché non ne conosciamo le cause o non sono prevedibili con i mezzi a disposizione (come le mutazioni geniche). Vi sono eventi casuali che si legano a due serie di cause indipendenti. Vi sono eventi che si inquadrano nella probabilità statistica.
La casualità in biologia non è una legge, ma esiste e la si ritrova nel corso della evoluzione. Essa si colloca nel temporalità e può acquistare un significato. Non avrebbe senso parlarne come se non rientrasse anch’essa nel piano provvidenziale di Dio creatore. Ma la conformazione spaziale delle molecole che consentono la vita (dall’acqua agli acidi nucleici), le strutture ordinate o programmate (come l’informazione contenuta nel Dna o i programmi dell’embrione), il rapporto tra struttura e funzione, presuppongono un principio finalistico o teleologico che nessuno può contestare. Monod e Jacob parlano di teleonomia per evitare possibili riferimenti a un finalismo della natura. Ayala ammette una teleologia interna, escludendo una intenzionalità esterna. Vi sono nella natura leggi o regolarità descritte dalla fisica, come quelle che regolano l’attrazione dei corpi. Vi sono proprietà intrinseche alla materia e alla sostanza vivente, che seguono leggi o regole d’ordine che solo in parte conosciamo. Se vi sono leggi è da ammettersi una intenzionalità esterna riconducibile al Creatore. Il naturalismo riduzionista lo esclude, ma non con delle prove scientifiche.
Molti filosofi e scienziati (Einstein, Flew, Davies, Barrow, Lennox, Collins, eccetera) non esitano a riferire la realtà a una mente superiore. La natura dimostra una razionalità intrinseca e potenzialità di cambiamento in relazione anche all’ambiente. L’insieme che ne risulta finisce per acquistare un senso aprendo a una visione finalistica. Ci muoviamo però in una interpretazione filosofica, che emerge in modo particolare se guardiamo all’uomo. La sua direzione evolutiva è tutta peculiare ed è segnata da una crescita di cerebralizzazione che non ha confronti con le altre specie, come è stato sottolineato da molti scienziati ( Teilhard de Chardin, Jean Piveteau, Dobzhansky e altri). Ad essa si congiunge il comportamento segnato dalla cultura, che denota intelligenza astrattiva e autodeterminazione e fa dell’uomo l’unico essere che ha coscienza di sé e delle cose. In una visione teologica che riconosce alla creazione un’autonomia nelle cause seconde, si può cogliere a posteriori un finalismo generale che si realizza secondo un progetto superiore, inclusivo della casualità. Resta la peculiarità dell’evento uomo in cui le causalità di ordine naturale vengono arricchite da Dio della dimensione spirituale con modalità non descrivibili dalle scienze naturali.

Fiorenzo Facchini

Pubblicato da: fidae | 31 marzo 2011

Fine vita. Una legge necessaria e urgente

“Vorremmo dire una parola che inducesse l’opinione pubblica a ritenere che una legge sulle dichiarazioni anticipate di fine vita è necessaria e urgente. Si tratta infatti di porre limiti e vincoli precisi a quella ‘giurisprudenza creativa che sta già introducendo autorizzazioni per comportamenti e scelte che, riguardando la vita e la morte, non possono restare affidate all’arbitrarietà di alcuno. Non si tratta di mettere in campo provvedimenti intrusivi che oggi ancora non ci sono, ma di regolare piuttosto intrusioni già sperimentate, per le quali è stato possibile interrompere il sostegno vitale del cibo e dell’acqua. Chi non comprende che il rischio di avallare anche un solo caso di abuso, poiché la vita è un bene non ripristinabile, non può non indurre tutti a molta, molta cautela? Per rispettare la quale è necessario adottare regole che siano di garanzia per persone fatalmente indifese, e la cui presa in carico potrebbe un domani – nel contesto di una società materialista e individualista − risultare scomoda sotto il profilo delle risorse richieste. È noto come il dolore soggettivo, con le possibilità offerte dalla medicina palliativa, debba al presente spaventare di meno.

Piuttosto, sono i criteri di una sana precauzione a dover suggerire pensieri non ideologici ma informati a premura e tutela, e ispirati a vera ‘compassione’. Questa, infatti, non elimina la vita fragile e indifesa, ma la ‘com-patisce’, induce cioè a sopportarla insieme all’ammalato, si fa condivisione, sostegno, accompagnamento fino al traguardo terreno. In determinate condizioni, la paura più impertinente scaturisce dalla solitudine e dall’abbandono, mentre l’atteggiamento d’amore trova vie misteriose per farsi percepire e saper medicare. È qui, su questo versante massimamente precario e bisognoso, che una società misura se stessa. Questa mostra la sua umanità specialmente di fronte alla vita quando è troppo debole per affermare se stessa e potersi difendere; altresì quando concepisce la vita di ciascuno non solo come un bene dell’individuo, ma anche – in misura – come un bene che concorre al tesoro comune”.

Card. Angelo Bagnasco
(dalla prolusione al Consiglio permanente Cei, 28 marzo 2011)

Pubblicato da: fidae | 31 marzo 2011

Segnali d’aurora

(…) Al di là del naufragio delle sicurezze ideologiche, la notte del mondo sembra aprirsi, dunque, verso segnali d’aurora. Certo, dalla notte non si esce facilmente: l’insorgere del postmoderno è tempo di “pensiero debole”, di “ontologia del declino”, di “avventure della differenza”… Nel suo rifiuto critico dei mondi ideologici, la post-modernità spesso non è che una forma rovesciata di essi, pensiero di negazione e di rottura, lì dove quelli proponevano affermazione e conciliazione: alla conoscenza solare, viene contrapposto l’amore delle tenebre; al senso del possesso e della consistenza, “l’insostenibile leggerezza dell’essere”. La sete di totalità della ragione emancipante può convertirsi in una nuova totalità, quella del negativo, che abbraccia tutte le cose. Non è forse vero che un tempo che finisce esercita ancora a lungo il suo fascino sul tempo che lo segue, soprattutto se questo si salda ad esso con un legame così forte, quale è quello della reazione e del rifiuto? Non nasconde lo stesso nome di post-moderno il rischio sottile, descritto mirabilmente dalla frase di Kundera: “La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina?”. L’addio può essere tanto carico di nostalgia, quanto vuoto di speranza: l’abbandono porta con sé sovente la dipendenza del ricordo…

Viene tuttavia a delinearsi nell’inquietudine post-moderna una sorta di ricerca dell’Altro, dell’ospite desiderato e al tempo stesso inquietante. Si percepisce che sfuggire alle presunzioni totalizzanti della ragione moderna esige di confessare un’alterità, che spezzi il dominio del soggetto e si offra come origine e fine, non deducibile da quanto è disponibile e non risolvibile in quanto è noto. Sembra affacciarsi una “nostalgia del Totalmente Altro”, una sorta di bisogno del sacro, rispetto ad ogni rinuncia nichilista. Si risveglia un’inquietudine, che potrebbe definirsi religiosa: ricerca di un orizzonte ultimo, di una patria che non siano quelli manipolanti e violenti dell’ideologia. Se la crisi del moderno è la fine delle presunzioni del soggetto assoluto, i segnali del suo superamento – al di là del nichilismo – vanno tutti in direzione di una riscoperta dell’Altro, che offra ragioni di vita e di speranza. Lo aveva intuito il Concilio Vaticano II nell’affermare: “Legittimamente si può pensare che il futuro dell’umanità sia riposto nelle mani di coloro che saranno capaci di trasmettere alle generazioni future ragioni di vita e di speranza” (Gaudium et Spes 31). L’Altro – fondamento ultimo delle ragioni del vivere e del vivere insieme – sembra offrirsi come l’oggetto della domanda più profonda aperta dalla crisi del nostro presente, e la nostalgia del Suo volto nascosto sembra delinearsi come quella di un abbraccio affidabile, che accolga tutti nell’amore. (…)

Bruno Forte

Pubblicato da: fidae | 25 marzo 2011

La presenza dei cattolici centocinquanta anni dopo

Nel silenzio assordante delle istituzioni civili rispetto alla scadenza dei 150 anni dell’Unità di Italia è assai significativo, soprattutto per chi conosce le lacerazioni degli avvenimenti storici che hanno portato alla caduta del potere temporale del papato, che la Chiesa italiana abbia promosso nei giorni 2 – 4 dicembre 2010 un grande convegno su questa ricorrenza. L’iniziativa merita un pubblico plauso non solo per l’alto profilo scientifico delle relazioni, ma anche per la valenza simbolica che essa ha rappresentato sul piano culturale e politico. E’ stata un’ulteriore dimostrazione del sentimento sincero di appartenenza all’Italia dei cattolici italiani e del loro positivo contributo al suo progresso che alcuni, cosiddetti “laici”, polemicamente continuano a voler negare o sminuire.
Nonostante alcune comprensibili difficoltà della prima ora, anche perché obiettivamente l’avvio del processo di unificazione è stato un ingiusto atto di guerra contro Stati pienamente legittimi e legittimati, i cattolici hanno sempre svolto un’azione di grande rilievo per fare grande la nazione assumendo a tutti i livelli e in tutti gli ambiti della società ruoli di alta responsabilità. Il bilancio complessivo della loro presenza è stato più che positivo.
Questa presenza attiva è indispensabile che continui a riproporsi; anzi, per alcune particolari situazioni che si sono venute a determinare soprattutto in questi ultimi tempi, nei quali i valori della vita, della giustizia, della legalità, della solidarietà, del sentimento di appartenenza si sono andati viepiù diluendo, si rende ancor più indispensabile. Ma perché continui ad essere efficace deve essere spesa non solo a livello di singoli individui ma anche di associazioni, di formazioni politiche e sociali. Se sullo scenario della politica, cioè della gestione del bene comune, i cattolici si sono resi irrilevanti ciò è stato determinato da scelte che volevano essere progressiste ma che non hanno tenuto sufficientemente conto delle reali dinamiche dei grandi gruppi e degli equilibri, che al di là delle volontà si possono venire a determinare. La ricorrenza dei 150 anni dell’Unità di Italia potrebbe diventare la buona occasione per una rilettura critica e una rinnovata attiva progettualità della “questione cattolica”.

Francesco Macrì

Pubblicato da: fidae | 25 marzo 2011

Educare alla sobrietà

Nella sua prolusione al Consiglio permanente della CEI, svoltosi ad Ancona sul finire del gennaio 2011, il card. Angelo Bagnasco ha fatto un’osservazione che ci sembra importante riprendere in quanto la scuola con il suo progetto educativo non può esimersi dal misurarsi con fenomeni socio-culturali ampiamente diffusi nella nostra “società liquida”. Ha affermato che il consumismo sfrenato, assunto come paradigma assoluto di modernità, come piena affermazione di sé, come cifra del proprio successo nella vita, tra le sue tante aberrazioni ha contributo anche a produrre negli animi una grave “desertificazione valoriale” in quanto la cultura della seduzione delle cose ha promosso un’idea “balzana della vita”, secondo cui tutto ciò che è a portata di mano bisogna pretenderlo, tutto ciò che è possibile è anche lecito, tutto ciò che è disponibile consumarlo, con l’effetto di una sorta di “ubriacatura delle coscienze”, alle cui lusinghe ha ceduto una larga parte della popolazione nonostante l’evidente improbabilità che il trend di crescita economica potesse continuare ad aumentare in maniera costante e lineare. Ma l’attuale crisi economica globale ha riportato bruscamente tutti ad una visione più realista facendo capire che bisogna ricollocarsi in maniera diversa di fronte ai beni e in atteggiamento più responsabile per non scaricare sulle spalle delle classi più deboli e in particolare dei giovani gli errori del passato consumista.
Tuttavia mettere in pratica questa nuova visione della realtà non è semplice, presuppone una conversione del pensiero prima e degli stili di comportamento poi all’insegna della sobrietà; come pure, una nuova “alfabetizzazione etica” che rimoduli la scala dei valori della vita e ponga al centro il bene comune, una diversa e convincente rimotivazione che faccia accettare come inevitabili i sacrifici per l’abbandono di pratiche non più possibili. Si tratta di una difficile sfida educativa, di un percorso di rigorosa formazione in contrasto con l’opinione dominante che, invece, ha relegato il sacrificio, la rinuncia nell’ambito delle pratiche di un vecchio e superato ascetismo. Un errore storico questo che ha finito per scombinare lo stesso equilibrio ecologico del pianeta e far crescere i giovani come persone fragili, poco realiste, poco generose, con una rappresentazione falsa dell’esistenza, intenti a perseguire ad ogni costo un successo basato “sull’artificiosità, la scalata furba, il guadagno facile, l’ostentazione e addirittura, in molti casi, il mercimonio di sé” (A. Bagnasco).
Aver immaginato che potesse esistere una vita senza rinunce e sacrifici, che il solo possesso e il consumo sfrenato delle cose potesse fare felici, che i beni materiali fossero illimitati e a disposizione indistintamente di tutti è stato un grave errore smascherato dall’attuale crisi del modello di sviluppo e dalle drammatiche diseguaglianze tra le classi sociali. Perciò ora non rimane che una soluzione: ritornare ad educare i giovani ad una vita più austera, più sobria sostituendo la qualità alla quantità, la solidarietà all’individualismo, la generosità all’egoismo, l’essenzialità alla ridondanza del superfluo.

Francesco Macrì

Pubblicato da: fidae | 25 gennaio 2011

Educare a scelte responsabili

Considerando le trasformazioni avvenute nella società, alcuni aspetti, rilevanti dal punto di vista antropologico, influiscono in modo particolare sul processo educativo: l’eclissi del senso di Dio e l’offuscarsi della dimensione dell’interiorità, l’incerta formazione dell’identità personale in un contesto plurale e frammentato, le difficoltà di dialogo tra le generazioni, la separazione tra intelligenza e affettività. Si tratta di nodi critici che vanno compresi e affrontati accettando la sfida di trasformarli in altrettante opportunità educative. Le persone fanno sempre più fatica a dare un senso profondo all’esistenza. Ne sono sintomi il disorientamento, il ripiegamento su se stessi e il narcisismo, il desiderio insaziabile di possesso e di consumo, la ricerca del sesso slegato dall’affettività e dall’impegno di vita, l’ansia e la paura, l’incapacità di sperare, il diffondersi dell’infelicità e della depressione.
Le cause di questo disagio sono molteplici – culturali, sociali ed economiche – ma al fondo di tutto si può scorgere la negazione della vocazione trascendente dell’uomo e della relazione fondante che dà senso a tutte le altre: Dio. Esse rappresentano le radici dell’emergenza educativa, il cui punto cruciale sta nel superamento di quella falsa idea di autonomia che induce l’uomo a concepirsi come un “io” completo in se stesso, laddove, invece, egli diventa “io” nella relazione con il “tu” e con il “noi”.
Oggi la formazione dell’identità personale avviene in un contesto plurale, caratterizzato da diversi soggetti di riferimento: non solo la famiglia, la scuola, il lavoro, la comunità ecclesiale, ma anche ambienti meno definiti e tuttavia influenti, quali la comunicazione multimediale e le occasioni del tempo libero. La molteplicità dei riferimenti valoriali, la globalizzazione delle proposte e degli stili di vita, la mobilità dei popoli, gli scenari resi possibili dallo sviluppo tecnologico costituiscono elementi nuovi e rilevanti. Queste condizioni, in cui si colloca oggi il percorso formativo, se comportano maggiore fatica e rischi inediti rispetto al passato, accrescono lo spazio di libertà della persona nelle proprie decisioni e fanno appello alla sua responsabilità. Il compito più urgente diventa, dunque, educare a scelte responsabili. Per questo, sin dai primi anni di vita, l’educazione non può pensare di essere neutrale, illudendosi di non condizionare la libertà del soggetto. Il proprio comportamento e stile di vita – lo si voglia o meno – rappresentano di fatto una proposta di valori o disvalori. È ingiusto non trasmettere agli altri ciò che costituisce il senso profondo della propria esistenza. Un simile travisamento restringerebbe l’educazione nei confini angusti del sentire individuale e distruggerebbe ogni possibile profilo pedagogico. Di fronte agli educatori si presenta pertanto, la sfida di contrastare l’assimilazione passiva di modelli ampiamente divulgati e di superarne l’inconsistenza, promuovendo la capacità di pensare e l’esercizio critico della ragione.

Roma 1 dicembre 2010

Francesco Macrì

Pubblicato da: fidae | 25 gennaio 2011

Una nuova governance della scuola cattolica

Il tema di una nuova e più moderna governance si impone anche alla scuola cattolica; questa è la ragione per cui è stata posta al centro della riflessione e del dibattito dell’ultima Assemblea nazionale della Fidae, che si è svolta a Roma dal 25 al 26 novembre 2010.
Di fronte alle sfide culturali, economiche, scientifico-tecnologiche, sociali della modernità e della globalizzazione, ai nuovi profili problematici della condizione giovanile, alle nuove ed emergenti domande educative per tutti e per tutto l’arco della vita, alle crescenti marginalizzazioni di larghe fasce della popolazione, in particolare di quella femminile, alle sfide derivanti dai nuovi assetti dello Stato in senso federalista, alle sfide dei processi di riforma dell’intero sistema di istruzione e formazione ed universitario, alle sfide di una nuova e più diffusa consapevolezza del diritto di piena ed attiva cittadinanza, la scuola cattolica, non può non interrogarsi sulla sua identità, il suo ruolo, la sua funzione e, quindi, il suo progetto culturale, educativo e didattico, la sua organizzazione interna, i suoi rapporti con il territorio, la formazione del personale, l’efficacia del suo servizio al fine di garantire standard di qualità sempre più rispondenti a quelli che sono i livelli dei più avanzati Paesi del mondo e della sua secolare e illustre tradizione. Cioè sulla governance nel senso più ampio e pieno del termine. Qui si nasconde il suo futuro; qui si nasconde il suo ruolo insostituibile di promozione della società civile, la sua voce originale e “diversa” rispetto ad altre istituzioni analoghe.

Roma 27 novembre 2010

Francesco Macrì

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