(…) Al di là del naufragio delle sicurezze ideologiche, la notte del mondo sembra aprirsi, dunque, verso segnali d’aurora. Certo, dalla notte non si esce facilmente: l’insorgere del postmoderno è tempo di “pensiero debole”, di “ontologia del declino”, di “avventure della differenza”… Nel suo rifiuto critico dei mondi ideologici, la post-modernità spesso non è che una forma rovesciata di essi, pensiero di negazione e di rottura, lì dove quelli proponevano affermazione e conciliazione: alla conoscenza solare, viene contrapposto l’amore delle tenebre; al senso del possesso e della consistenza, “l’insostenibile leggerezza dell’essere”. La sete di totalità della ragione emancipante può convertirsi in una nuova totalità, quella del negativo, che abbraccia tutte le cose. Non è forse vero che un tempo che finisce esercita ancora a lungo il suo fascino sul tempo che lo segue, soprattutto se questo si salda ad esso con un legame così forte, quale è quello della reazione e del rifiuto? Non nasconde lo stesso nome di post-moderno il rischio sottile, descritto mirabilmente dalla frase di Kundera: “La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina?”. L’addio può essere tanto carico di nostalgia, quanto vuoto di speranza: l’abbandono porta con sé sovente la dipendenza del ricordo…
Viene tuttavia a delinearsi nell’inquietudine post-moderna una sorta di ricerca dell’Altro, dell’ospite desiderato e al tempo stesso inquietante. Si percepisce che sfuggire alle presunzioni totalizzanti della ragione moderna esige di confessare un’alterità, che spezzi il dominio del soggetto e si offra come origine e fine, non deducibile da quanto è disponibile e non risolvibile in quanto è noto. Sembra affacciarsi una “nostalgia del Totalmente Altro”, una sorta di bisogno del sacro, rispetto ad ogni rinuncia nichilista. Si risveglia un’inquietudine, che potrebbe definirsi religiosa: ricerca di un orizzonte ultimo, di una patria che non siano quelli manipolanti e violenti dell’ideologia. Se la crisi del moderno è la fine delle presunzioni del soggetto assoluto, i segnali del suo superamento – al di là del nichilismo – vanno tutti in direzione di una riscoperta dell’Altro, che offra ragioni di vita e di speranza. Lo aveva intuito il Concilio Vaticano II nell’affermare: “Legittimamente si può pensare che il futuro dell’umanità sia riposto nelle mani di coloro che saranno capaci di trasmettere alle generazioni future ragioni di vita e di speranza” (Gaudium et Spes 31). L’Altro – fondamento ultimo delle ragioni del vivere e del vivere insieme – sembra offrirsi come l’oggetto della domanda più profonda aperta dalla crisi del nostro presente, e la nostalgia del Suo volto nascosto sembra delinearsi come quella di un abbraccio affidabile, che accolga tutti nell’amore. (…)
Bruno Forte